di Francesco Tonizzo

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Il dato sulla diseguaglianza economica tra i soggetti che praticano sport, a tutti i livelli, in Italia, è sconfortante. Lo rileva una ricerca che è stata presentata dal Censis a Roma, in occasione della presentazione ufficiale della neonata associazione di promozione sociale e sportiva intitolata ad Agostino Di Bartolomei, indimenticato ex calciatore di Roma e Milan.

Diversi mezzi di informazione hanno trattato l’argomento e il giornale “Diritto e Sport” ha sottolineato che l’Italia è prima (o, meglio, ultima) in classifica in questo particolare ambito. Il dato è presto spiegato: tra i ragazzi che praticano attività sportiva, per ogni 4 di loro che appartengono a nuclei familiari in difficoltà economiche ce ne sono 7 che provengono da famiglie benestanti.
Pare una situazione di poco conto, invece ha un peso rilevante nell’economia e nella società. Perché si tratta di una situazione che si verifica solo in Italia, dal momento che queste differenze economiche non esistono negli altri paesi dell’Unione europea. In Spagna, il gap è minimo: 6 contro 6,6; in Francia appena superiore: 5,4 contro 6,2 e la media europea è simile.

Ne deriva una certa difficoltà dei ragazzi a praticare un’attività sportiva, con tutte le problematiche che ne conseguono. E’ già passato un anno da quando il concetto di sport entrò nella Costituzione italiana, inserito nell’articolo 33. Fu emendato con un comma che conferiva allo sport la dignità di diritto fondamentale.
E, purtroppo, bisogna evidenziare che la situazione non è cambiata granché. Una delle prime idee emerse era quella di riattivare i giochi della gioventù, ma il disegno di legge per la copertura finanziaria (si parla di oltre 11 milioni di euro) oggi è ancora fermo all’esame della commissione parlamentare che se ne occupa. Anche l’avviato inserimento dei laureati in scienze motorie nelle classi quinte e quarte della scuola primaria sta vivendo una fase ancora critica. Ne era stata annunciata l’estensione al triennio ma, al momento, tutto è rimasto com’era.
Inoltre, il lavoro di Sport e Salute per portare avanti i progetti “Sport di classe” e “Scuola attiva Kids e Junior” ha finora prodotto si e no il 50 per cento di adesioni.

Secondo la ricerca del Censis, come ha scritto anche il sito web lacapitale.it, i bisogni sportivi insoddisfatti sono certamente legati al reddito delle famiglie, ma anche ad altri aspetti. C'è una difficoltà logistica e di conoscenza, che incide sulla possibilità di praticare lo sport in modo organizzato, che colpisce proprio le famiglie con il reddito più basso.
Il divario con gli anni si sta aggravando.
Un problema di cultura sportiva del Paese che rischia di diventare, se non elitaria, almeno non del tutto inclusiva. Una idea di sport che vede assottigliarsi la sua componente di spontaneismo. C'è l'inverno demografico, certo. Però pure gli spazi aperti al gioco, spontaneo e deregolamentato, si sono ridotti parecchio, così come le figure adulte che organizzano attività sportiva slegati da una struttura agonistica.
Sotto questo punto di vista, le 40 medaglie, raccolte dall’Italia alla recente Olimpiade di Parigi, diventano un dato impressionante che, forse, rappresenta il classico tappeto sotto il quale nascondere la polvere che si sta sempre di più ammassando.

Come invertire la rotta?
Copiando gli altri paesi ed inserendo in maniera concreta lo sport a scuola
. Dove ci vanno tutti i ragazzi, al di là del loro reddito familiare o dell’ISEE che presentano le loro famiglie.
Alla luce dei fatti e di decenni di fallimenti, ogni altra soluzione non è realizzabile.