di REDAZIONE

Riproduzione vietata ©

 
 

Di scala Richter o Mercalli, alla data del 6 maggio 1976, pochi, da queste parti, ne avevano sentito parlare, almeno fino alle ore 21 di quel funesto giorno.

In quel frangente un lungo, intenso e devastante terremoto (di magnitudo pari a 6.5, appunto, nella scala Richter) si manifestò con tutta la sua violenza in Friuli Venezia Giulia colpendo mortalmente in diverse sue zone territoriali e radendo al suolo vari centri abitati, tra questi Gemona e Venzone, divenuti poi il simbolo dell'immane tragedia e della successiva celere e compiuta ricostruzione.

Nel mondo calcistico abbiamo raccolto le testimonianze di chi, ora come allora, ha ancora vivo il ricordo di quella disgrazia e di coloro che, da ciò, hanno tratto importanti insegnamenti di vita:

Cesare Di Fant, editore di Canale 77

Quella sera, che era un giovedì, ero al primo piano dell'asilo di Madrisio di Fagagna per le prove musicali della banda in cui, con alcuni di loro, suonavo tipici brani di musica austriaca. Era l'epoca dei gemellaggi con quella nazione confinante col Friuli Venezia Giulia. La struttura dove ci esercitavamo era vetusta, i solai erano in legno con quegli intonaci contenitivi di gesso e cannelle. Di solito tutto vibrava quando suonavamo, tant'è che, alle prime avvisaglie della scossa del tremendo sisma, il direttore ci intimò un "sunait plui plan" (trad. suonate più piano) pensando che quel sussulto così importante dipendesse dal nostro sostenuto movimento musicale. Purtroppo non era così. Era il terremoto. Proprio le grisiole crollarono con la scossa: parte sul direttore, senza ferirlo. Fuggimmo a gambe levate. Raggiunsi mio padre, pure lui orchestrale, fuori del bar del paese per, poi, unirmi, assieme a lui, alle mie sorelle e mia madre che erano a casa impaurite, come noi. Dormimmo tutti nelle automobili.

Giambattista Domestici, cittadino veneziano

Sono nato a Venezia nel 1971. Quella sera avevo cinque anni e, fatalmente, ero con la mia famiglia, mio zio, il pittore Gian Paolo Domestici, mia zia Oretta (esule dalmata) mio cugino Francesco e il loro cane Gey. Appena usciti da una cena in ristorante, stavamo camminando verso piazza San Marco quando il cane iniziò ad innervosirsi, abbaiando senza ragione. Arrivati in Piazza capimmo tutto...era il terremoto! Le campane del Paron De Casa e della torre dell'orologio suonavano tutte, con suoni a noi molto familiari ma totalmente scomposti nella loro ritmica. Tornammo a casa, nell'isola di Sant'Elena, e tutti erano fuori le loro case impauriti e attoniti. In poco più di un giorno un gruppo di famiglie vicine di casa si organizzò in tende da campo. Sebbene da piccoli il tempo sembra più grande, credo che lì vi siano rimaste per alcune settimane. Non credo di avere altre così nitide memorie di quando avevo cinque anni, ma ricordo così bene il suono di quelle campane...familiare, ma sguaiato.

Marco Rebez, direttore generale Asd Muggia 1967

Sono nato nel 1982, quindi non ho vissuto direttamente il terremoto del 1976. Eppure, in Friuli Venezia Giulia, quella data non è mai stata solo storia: è sempre stata memoria viva, trasmessa nei racconti di famiglia, nei segni dei paesi ricostruiti, nel modo stesso di essere comunità. Crescendo, ho capito che quel terremoto non ha lasciato solo macerie, ma anche un’eredità forte: il senso di responsabilità, la solidarietà concreta, la capacità di rialzarsi insieme. Il Friuli Venezia Giulia che conosco io è figlio di quella prova durissima, che ha unito tutta la regione. Anche il calcio, nel suo piccolo, racconta questa identità. Dai campi di paese alle squadre più rappresentative, è sempre stato un punto di incontro, un modo per ricominciare, per ritrovarsi dopo momenti difficili. Lo spirito di squadra, il sacrificio, il senso di appartenenza: sono gli stessi valori che hanno guidato la ricostruzione. Per la mia generazione, il 6 maggio 1976 non è un ricordo diretto, ma è una lezione. Ci ricorda quanto siamo fragili, ma anche quanto possiamo essere forti quando restiamo uniti. E forse è proprio questo il valore più grande che ci è stato trasmesso.

Fabio Maranzana, allenatore Isonzo San Pier

Avevo sette anni e vivevo a Trieste. Ho dei ricordi lucidi di ciò che accadeva: rumore e strano movimento. I miei genitori hanno preso in braccio me e mio fratello. Il nostro pensiero era per i nonni paterni che erano a Tarcento. Mio padre, il giorno seguente, ha deciso di prendere la Fiat 1100 e salire verso il Friuli a vedere la situazione reale, atteso che non c'erano le comunicazioni di oggi. Per strada ho visto di tutto, tra distruzione e dolore. A oggi il ricordo di ciò è ancora molto toccante. La mia famiglia è stata preservata dalla tragedia, così come la casa che portava i segni del tremendo sisma, ma sopportabili. La forza del popolo friulano, che non si è pianto addosso e ha subito ricostruito le comunità e gli abitati, è un tratto indelebile nella mia memoria di questa gente... fantastica!

Flavio Puntin, presidente Fiumicello 2004

Nel 1976 ero piccolo, avevo tre anni, ma ho un ricordo indelebile che porto con me . Abitavamo con i nonni paterni e dopo le prime scosse, mi hanno portato a dormire sotto ad un carro che avevamo in prossimità della stalla, facendolo sembrare per me un gioco; solo, poi, in età adulta ho potuto capire cosa sia veramente successo e come la mia famiglia sia riuscita a trasmettermi protezione, anche se da noi nella bassa friulana non ci sono stati danni. Comunque ogni scossa che si sente o si è sentita in questi cinquant'anni mette quella sensazione di terrore e fa affiorare ancora i ricordi di allora. Il primo pensiero va alle vittime e agli eroi che hanno prestato i soccorsi. Siamo orgogliosamente friulani e sappiamo ancora rimboccarci le maniche come hanno fatto i nostri padri. Voglio inoltre mettere in evidenza il messaggio dato dall'Udinese domenica scorsa: i miei complimenti, ci hanno fatto venire i brividi!

Pier Ugo Candido, giornalista di Calciofvg.live

Quella sera era stranamente afosa: ci avvolgeva un caldo surreale, mai avvertito prima e in questo periodo dell'anno. Col mio fratellino giocavamo "a elastico" in camera. Già era fragoroso il nostro fare quando, di colpo, un boato lo travolse, coprendolo e sconvolgendoci. Non il nostro o il solito degli aerei, di cui eravamo ben abituati, uno profondo e sordo che ci stava spostando, stando fermi. Ci guardammo, restando impietriti. Impalati. Fermi. Immobili. D'un tratto arrivò mamma gridando: "Fuori, fuori!". Non capivamo cosa stesse esattamente succedendo, mentre nostra madre, con quelle grida stentoree, aveva ben chiaro l'accaduto. Ce ne rendemmo conto appena usciti, velocemente, dall'abitazione. La piazzetta, lì davanti, era gremita di gente. Il caos e, tutt'attorno, un silenzio surreale avvolgevano persone impaurite mentre lignei pali della luce ancora dondolavano, come fuscelli al vento. Il terremoto: era il terremoto. E tutti lo urlavano! Così il mostro si presentò a noi, ignari bimbi, e a tutti. Passammo la notte, praticamente, all'addiaccio. Il giorno (ore) seguente partimmo per la zona dell'epicentro sismico; lì avevamo tutto, parenti e amici. Il viaggio fu interminabile. Data la gravità dell'evento, e la dilagante distruzione, il percorso si articolò in mille deviazioni per interrompersi, definitivamente, prima di Artegna (era scoppiato l'oleodotto). La devastazione che ci accompagnava e l'ansia di non sapere niente dei propri cari, rendevano inquietante il trascorrere del tempo. Quel tempo che sugli orologi dei pochi campanili rimasti in piedi...non scorreva più. Le risicate notizie arrivavano "di rimbalzo", poche, confuse e frastagliate. Quelle, per noi, rassicuranti giunsero solo ventiquattro o, forse, quarantotto ore dopo. Lassù (Carnia, ndr)subimmo solo danni materiali, ma un universo di morte e catastrofe li circondava. E, nel lutto e dolore, il Friuli già rialzava la propria testa, risorgendo dalle ceneri. Orcolat, non ti dimenticherò. Mai!

Michele Santostefano, allenatore AC Pieris

La sera del terremoto del 6 maggio 1976 mi trovavo in piazza a Pieris. Volevo correre, invece mi sembrava di volare. Le sere dopo abbiamo dormito all'aperto nel giardino di casa.

Nicola Trangoni, allenatore Bisiaca Romana

Nel maggio 1976 non avevo ancora compiuto i tre anni per cui non ho un chiaro ricordo del terremoto che colpì la nostra Regione. Ricordo, comunque, distintamente che a Pagnacco, dove io vivevo con i miei nonni paterni e i miei genitori, dormimmo nel carro con le sponde che solitamente veniva utilizzato per raccogliere il fieno e nella cui parte superiore erano stati adagiati dei teli per ripararci dall'umidità che scendeva nella notte.

Stefano Caiffa, allenatore San Giovanni Calcio Trieste

Il 6 maggio 1976 resterà per sempre scolpito nella mia mente. Era una bella serata e stavo giocando a carte con mio padre, mia madre e mio fratello. Ricordo che mi sono alzato perché avevo "fatto ramino" e proprio in quel momento tutto ha cominciato a muoversi. Il terremoto! Siamo usciti di casa e abbiamo trovato in strada tutti i vicini, i compagni di gioco di ogni giorno, i nonni. Da lì notizie frammentarie su morti, feriti, danni enormi e, soprattutto, tanta paura. Dormimmo in macchina diversi giorni, c’erano tende dappertutto e, in qualche misura, come ragazzini ci divertimmo, perché lo stare insieme univa tutti di più. Poi, piano piano, il ritorno alla normalità che da noi era possibile. In Friuli e Alto Friuli gente eccezionale s'è rimboccata le maniche senza piangersi addosso ed è allora che è iniziato il miracolo della ricostruzione. Un abbraccio fraterno alle persone, purtroppo tante, che hanno perso figli, genitori, nonni, parenti in quella drammatica giornata che ha segnato la loro e la nostra vita.

Idalio Fruch, amministratore locale e già allenatore del Rigolato

Sono trascorsi 50 anni da quel 6 maggio. Quella sera, come di consuetudine, dopo la solita giornata di lavoro, dopo cena eravamo con gli amici per il caffè al C.R.A.L. di Ludaria quando il terremoto ha cominciato a scuoterne le pareti; presi da stupore e un misto di impotenza siamo usciti dal locale. Tutti fuori aspettando che la scossa esaurisca la sua forza che è sembrata interminabile. Aneddoto: qualcuno lì fuori dice "… dov'è Celo? (Celeste di Meglanos)...". Probabilmente preso dal panico, quando siamo rientrati nel locale, era ancora seduto al tavolo. Immobile. Sarà un ricordo indelebile anche perché proprio l'indomani avrei compiuto vent'anni anni. Non c'erano notizie, l' unico telefono della frazione era ovviamente guasto e nei giorni successivi, dopo verificato che Rigolato, tutto sommato, non aveva avuto gravi danni abbiamo organizzato raccolte di coperte materassi e generi alimentari e ci siamo diretti in zona Gemona. Noi giovani calciatori dell'epoca dell'U.S. Rigolato abbiamo partecipato in quell'anno al torneo di Vallata, così chiamato: ci sono state poche partite in quanto molti campi sportivi non erano disponibili perché occupati da provvisorie tendopoli e mense.

Mauro Musig, presidente regionale AIAC Associazione Italiana Allenatori Calcio

Ricordo perfettamente quei momenti. Avevo 9 anni ed ero in cucina con mia nonna, i miei erano andati da amici.
Stavamo guardando la tv, ancora in bianco e nero. Trasmettevano un film western e mentre una mandria di cavalli correva nella prateria, il televisore ha cominciato ad oscillare come il lampadario. Il tintinnio dei bicchieri e dei piatti sistemati nella vetrina, si è fatto sempre più assordante, fino al momento in cui è stato sovrastato dalle urla di mio zio che ci gridava di uscire velocemente da casa. Impossibile dimenticare. A differenza di chi abitava nelle zone dell'epicentro, a San Pier d'Isonzo siamo stati fortunati.

Roberto Visentin, vicepresidente Unione Fincantieri Monfalcone

Ricordo benissimo quei giorni...Il 6 maggio ero con un amico all'angolo vicino a casa (ci si trovava nei soliti posti), quando ho avuto la sensazione che tutto girasse intorno a me. Sono corso a casa e anche i miei genitori mi hanno confermato che c'era stato il terremoto. Da quel momento ci siamo attaccati alla televisione per avere più notizie possibili. In quel momento non si sapeva assolutamente nulla, neanche il luogo dell'epicentro che in seguito si è saputo essere in Friuli. Il giorno seguente, con le notizie che incominciavano ad arrivare, abbiamo saputo del crollo di una caserma a Gemona e davano per disperso un amico calciatore, Adriano Faccin, che per fortuna è stato ritrovato sano e salvo, ma si sa, la comunicazione non era quella di adesso. Credo che ci fossero solo due canali alla tv. E poi ricordo con un po' più di paura la scossa del 15 settembre, in quanto da studente lavoravo durante l'estate presso un distributore e talvolta mi capitava di andare a consegnare le bombole del gas e nel momento della scossa ero all'interno di un ascensore con la bombola vicino: pensate gli attimi di tensione!

Franco Zuppichini, allenatore

Era una bellissima serata di primavera, con un tepore che invitava a godere quello che la natura ci poteva offrire. Ma la natura è una forza che non possiamo prevedere e/o controllare, anche se lo pensiamo.Erano quasi le 21.00 di quel 06 maggio 1976 e un rumore sconosciuto ci disse che qualcosa di imponderabile stava per accadere. Dopo un intervallo breve o lungo, non capimmo, si scatenò la tragedia.Tutto il Friuli Venezia Giulia sentì questo messaggio, dal mare la terra si mosse sotto i piedi e percorrendo gradino dopo gradino verso la montagna la paura si trasformò in disastro:l' "Orcolat" fece un migliaio di vittime radendo al suolo tanti paesi (Gemona, Venzone, Trasaghis, Osoppo etc...). La risposta fu immediata, una forza solidale di migliaia di persone scatenò il carattere friulano, la voglia di rinascere, la determinazione a ricostruire quello che gli è stato tolto, mantenendo nel cuore i ricordi della propria terra e gli affetti perduti con la resilienza che lo contraddistingue. Dopo venti anni già si calcolava che il 90 % del Friuli distrutto era stato ricostruito. Adesso, dopo cinquanta, lo stesso popolo deve guardare dentro il proprio cuore con una silente lacrima per ricordare quello che ha perso, ma fiero e con la testa alta per quello che con la propria forza ha fatto rinascere.

Alessandro Craighero, articolista sportivo

Sono nato più di nove anni dopo questo evento che ha segnato profondamente la nostra terra, ma vorrei esprimere comunque un mio pensiero. Avendo entrambi i genitori carnici è inevitabile che abbia vissuto tramite i racconti dei miei parenti quei terribili momenti. Un dramma che ha colpito ma non affondato un popolo tenace e orgoglioso come quello friulano, a volte freddo caratterialmente ma capace come pochi di risollevarsi nei momenti difficili, straordinario nel rimboccarsi le maniche senza piangersi addosso. Le lacrime ci sono inevitabilmente state, quasi mille vittime rappresentano un numero agghiacciante, ma il primo pensiero degli abitanti è stato quello di ricostruire, ripartire. L'encomio solenne ricevuto da mio padre, all'epoca carabiniere ausiliario, per l'instancabile aiuto nei confronti della popolazione colpita dal sisma è un chiaro esempio di resilienza che caratterizza da sempre gli abitanti di queste terre.

Roberto Masala, allenatore del Campanelle

6 maggio '76: una esperienza che non si può dimenticare. Avevo tredici anni, ero disteso sul letto e lo sentivo muoversi leggermente. Essendo in quattro fratelli ho guardato sotto pensando a uno scherzo, ma non c'era nessuno. Sono corso in cucina e tutto comincia a scuotersi con mio padre che grida, tenendo un mobile, "Fermi tutti questo è il terremoto". Poi tutta la famiglia si è riversata in strada ad aspettare notizie, che non sono state benevole per gli amici friulani. Nel 1982 sono andato a fare il servizio di leva nei Vigili del Fuoco memore di quanto questo corpo ha aiutato le persone in quell'occasione e, oggi, gli altri eventuali bisognosi.

Massimiliano Bazzoli, redattore sportivo

Sebbene dovevo compiere ancora sei anni...di quell'evento...di quella sera...ho ancora nitidi...flash di memoria. Mio nonno Antonio che, subito, si accorge dicendo: "Terremot...il terremot... vie... vie..." Rigorosamente in lingua friulana. Io che guardo sbalordito il lampadario che balla come tutta la casa sottosopra. Poi arriva mio padre che, con un balzo felino, mi prende al volo con un sol braccio e mi porta fuori dall' uscio di casa. Lì tra gli olmi che delimitavano il caseggiato vedo una figura in piedi, tremante, visibilmente spaventato e trafelato: era lo zio di mio papà, Celso che primo fra tutti aveva avvertito il pericolo precipitandosi fuori dalla "colombaia" (le classiche case operaie di Torviscosa). Il fatto assurdo e straordinario al contempo è che quell' uomo, Celso, era paraplegico, semiparalizzato e aveva bisogno di un bastone per deambulare e, comunque, quando lo faceva anche per pochi passi risultava molto provato. Ebbene quella sera fu il primo ad avvertire la scossa e il relativo pericolo portandosi in salvo a una velocità eccezionale considerate le sue condizioni. Questi sono i ricordi, gli highlights indelebili di quella sera indimenticabile, dove, per pochi attimi quando la terra aveva smesso di tremare, si stese un assordante silenzio.

Foto di Pugaccio ®