Il progetto per aumentare il tempo di gioco dei bambini
Urge tornare a far innamorare davvero del gioco del pallone i piccoli amici e i primi calci
"Io Gioco FVG" rappresenta un piccolo miracolo organizzativo. Nel 2026, riuscire a mettere assieme tante e così disparate realtà sportive in una Regione, come il Friuli Venezia Giulia, dove regna il "fasìn di bessôi" per dirla alla friulana, oppure il "no se pol", per dirla alla giuliana, rappresenta un'autentica impresa.
Alan Cividini e i suoi sodali sono riusciti ad allestire un progetto calcistico che ha uno scopo ben preciso: aumentare il tempo di gioco dei bambini, cercando di fare in modo che, soprattutto i più piccoli, possano innamorarsi del gioco del pallone come capitava ai loro padri e nonni. Partendo dal divertimento.
No tattiche di gioco. Nessuna schematizzazione. Solo un puro e semplice tempo di qualità, passato su un campo di calcio, assieme a coetanei, per divertirsi rincorrendo la palla e confrontandosi senza pressione e senza alcuno stress agonistico.
Che sia la ricetta giusta? Solo il tempo può rispondere a questa domanda. Certo è che, così com'è, il calcio italiano è in crisi. Tanto a livello di nazionale, che ha saltato le ultime tre edizioni dei Mondiali e sta scendendo nel ranking internazionale. Quanto a livello di club, professionistici e dilettantistici: ambiti nei quali i numeri, sia tecnici, sia finanziari, sono molto negativi.
Appare dunque opportuno cambiare i paradigmi dell'attività svolta finora. E "Io Gioco FVG" va in questa direzione.
Alan Cividini è una delle anime dell'iniziativa. Scontato iniziare chiedendogli chi gliel'abbia fatto fare.
"La verità è che siamo una banda di matti. Perché mettersi in testa di realizzare un progetto del genere, al giorno d'oggi, con le abitudini che ha assunto nel tempo il gioco del calcio, è qualcosa che solo dei matti possono fare. Detto questo, è un progetto che va messo in piedi: si deve per forza fare qualcosa per i bambini, per il loro futuro, perché altrimenti la situazione si fa davvero grigia"
E' appena terminata la seconda edizione del progetto: con quali risultati?
"Siamo partiti praticamente un anno fa da un'idea, che si è trasformata in un progetto veramente importante. Abbiamo creato un direttivo, con persone provenienti da province ed esperienze personali e di club differenti. Su questi presupposti, la realtà sta prendendo molto piede. Ognuno si impegna nel cercare di far giocare di più i bambini, in tutte le maniere possibili. Organizzando più tornei, facendo più amichevoli, allestendo eventi nazionali e internazionali".
Con che obiettivi?
"La volontà è quella di non creare barriere. Siamo nel 2026 e, fin da piccoli, ascoltiamo gente che dice "Non vengo là a giocare lì, non vengo a giocare qua, non vengo…". Assurdo! Abbiamo pensato di abbattere le barriere il più possibile e di lavorare con società del Veneto e della Slovenia. Per creare un continuo confronto e scambio con le nostre società. Sto continuando a percepire solo entusiasmo. Chiaramente non tutte le società la pensano così: miracoli non possiamo farne, però la cosa funziona".

Se funziona per il bene dei bambini, perché "Io Gioco FVG" non è un progetto universale? Perché qualcuno rema contro?
"Perché purtroppo nel pallone di oggi e a dire il vero anche nel passato, abbiamo una mentalità un po' difficile da superare. Campanilismi, invidie, cattiverie, tutte cose che non dovrebbero avere nulla a che fare con i bambini. Io mi adopero anche come responsabile di settore giovanile a Udine e mi dispiace parecchio riconoscere che la stragrande maggioranza delle società tiene ai bambini per le quote. Per dare sostegno economico alle prime squadre. Non porta avanti veri progetti per i bambini. E il risultato, purtroppo, si vede. Se "Io gioco FVG" sta avendo questo successo è perché, in un ambito nel quale mancava qualcosa, probabilmente siamo andati a toccare dei tasti difficili".
Chi è salito sul vostro treno?
"Ogni tanto mi viene da pensare che uno come me, persona normale, semplice, assieme al gruppo di lavoro, con ragazzi, come Fabio Antoniacomi e gli altri che condividono questo percorso, abbiamo fatto un miracolo sportivo. Che, forse, non ha preso chissà quale risonanza, perché ci sono ancora molte realtà che neppure sanno cosa sia "Io gioco FVG". D'altro canto, il lato positivo è che stiamo trattando l'ingresso di società importanti. Per dirne una, proprio qualche giorno fa abbiamo accolto il Cjarlins Muzane. E stiamo trattando l'ingresso di altri sodalizi società che hanno un'importanza a livello locale e regionale. Spero che quest'anno sia la volta buona".
Più difficile convincere le società o le famiglie dei piccoli calciatori?
"È difficilissimo, perché le società del giorno d'oggi hanno tantissime difficoltà: burocratiche, economiche. Lamentano persone che non vengono più, come una volta, a dare una mano. Ci sono mille preoccupazioni. Però, se non si cerca di cambiare questo sistema, andiamo allo sfascio, secondo il mio punto di vista. Le cose non vanno in meglio, vanno in peggio. Bisogna tornare a far innamorare i bambini del gioco del pallone. E con loro i genitori, perché spesso sono un po' sballottati di qua e di là e non sanno più a chi credere. Esistono società che promettono mari e monti; capita anche a me, che sono in piene fasi di open day. Ciò che più di qualche genitore non riesce a capire è che dobbiamo pensare che il bambino, prima di tutto, deve divertirsi. Dopo si può pensare ad altre cose, ma il gioco del pallone è fatto per divertirsi. Qualcuno si lamenta dei troppi chilometri da fare. Ci sono sport tipo il basket, la pallavolo, il baseball, il rugby,, dove si percorrono chilometri per andare ad allenarsi e a giocare e costano anche il doppio del calcio. Mi chiedo: perché negli ultimi anni il calcio abbia perso tutta questa passione. Mi ripeto: le difficoltà sono migliaia e cerchiamo di trovare una soluzione e di dare una mano. Sia alla Federazione, sia alla Lega Nazionale DIlettanti: neppure loro riescono a fare miracoli".
Si è parlato di paradigma da modificare: serve qualcuno che valorizzi il punto di vista del bambino.
"Polemizzare non giova a nessuno e neanche criticare. Esistono società che puntano un po' di più sulla selezione e meno sul sociale. Il problema è cercare di comunicare con genitori e bambini. In ogni società, a mio modo di vedere, dovrebbe esserci uno psicologo dello sport: all'età di sette, otto anni e fino almeno agli undici o dodici, il bambino è fragile. E non ci rendiamo conto che promettergli di arrivare in serie A e poi non mantenere la promessa è una cosa totalmente sbagliata e dannosa. Ogni piccolo ha un percorso di crescita differente. Rischiamo veramente di bruciare tanti bambini, se continuiamo con certe abitudini. E, purtroppo, bisogna ammettere che in tanti continuano".
D'altronde, meno dell'uno per cento dei bambini italiani arriva in serie A. E l'altro 99%? Qualcuno ondeggia nell'interregionale, qualcuno in Eccellenza, categoria nella quale fa il fuoriquota per un paio d'anni e poi scende a livelli più bassi.
"Io giro tanti campi, guardo un po' tutte le categorie. Credo che noi in Friuli Venezia Giulia abbiamo tante qualità. Ci sono tanti bambini, ma il problema è un altro. Non ci sono bambini bravi solo in certe società: ci sono bambini bravi dappertutto! E bisognerebbe cercare di valorizzarli in maniere positive e concrete. Purtroppo, ogni anno che passa, ci sono società che la fanno da padrone e altre che sperano di sopravvivere. È un sistema che non può durare per sempre. Deve cambiare qualcosa. Bisogna cercare di incentivare tutte le società a continuare a credere nei bambini. E, invece, ultimamente io sento notizie di società che rinunciano al settore giovanile, per puntare solo sulle prime squadre. Ognuno ha le sue ragioni e piena libertà, sia chiaro. Però prima di tutto, dobbiamo pensare al futuro del nostro movimento".
Con "Io Gioco FVG" quante persone avete coinvolto quest'anno?
"Impossibile fare una stima precisa. Abbiamo organizzato un centinaio di eventi e in ogni raggruppamento contavamo almeno un'ottantina di bambini. Un calcolo approssimativo è facile. Per quest'anno abbiamo voglia di coinvolgere anche categorie più grandi, i pulcini e gli esordienti, con squadre di almeno tredici bambini negli esordienti e almeno undici nei pulcini. Rispettando tutte le regole che impone la Federazione, ogni bambino, ogni settimana, gioca mezz'ora. Una partita, mezz'ora. È troppo poco. Inoltre, considerando che ogni bambino può fare non più di un paio o tre allenamenti di un'ora, è poco. In Slovenia, già a livello scolastico, fanno molte ore di educazione, diciamo, motoria. Qui in Italia, due, fatte male. Aggiungo pure che ci mancano allenatori che vogliano lavorare con i più piccoli. Abbiamo provato a coinvolgere gli studenti di Scienze Motorie, ma manca proprio la voglia di dare una mano, di stare insieme".
Proviamo a chiudere con un pensiero positivo?
"Stiamo ricevendo molte richieste da Veneto e da Slovenia e sarebbe bellissimo allargare la platea. Se le regole ce lo permetteranno, proveremo ad aumentare le occasioni di confronto per i nostri bambini".



















































