Pino Cortiula: “Preoccupano i giovani, ma ora non si può fare calcio”

di Francesco Tonizzo

Vulcanico, istrionico, schietto, vincente: sono tanti gli aggettivi che si possono associare a Pino Cortiula, allenatore della Pro Fagagna e da decenni sulla breccia sulle panchine di mezzo Friuli. Ci piace aggiungere anche immancabile, perché non può esistere il calcio dilettanti in Friuli Venezia Giulia senza il tecnico rossonero. Sollecitato sulla questione lock-down e ripartenza, il tecnico gemonese non ha dubbi.
Penso che questo distacco sia sentito da tutti, però sono d’accordo sulla linea intrapresa dalla mia società: non ci sono le condizioni per poter riprendere a giocare a pallone“.

Pino Cortiula è anche impegnato professionalmente in ambito ospedaliero e ha dunque una spiccata sensibilità per offrire un punto di vista preciso.
Dispiace molto il fatto di trovarci ancora in questa situazione, che però non è per niente tranquilla quindi il problema della salute è nettamente superiore a ogni discorso legato al calcio. Dispiace dirlo a distanza di un anno da quanto tutto è iniziato, ma il periodo non ci mette nelle condizioni di giocare a calcio. Con questo, non voglio dire niente a chi ha deciso di giocare, ma non possiamo pensare che il calcio sia prioritario all’emergenza. La situazione è molto critica“.

Ai ragazzi più giovani cosa dici?
Alleno ininterrottamente da 26 anni e vedere i giovani fermi è la cosa che mi rattrista di più. Dico ai ragazzi di non mollare, di cercare di fare tutto quello che possono, di tenere duro e non lasciarsi andare, di non perdersi sui computer e continuare a fare sport. Magari ancora solo a livello individuale, soffrendo e provando a fare cose diverse dal calcio, ma stare sempre in movimento. E sperando di ripartire. Cosa che penso sia necessaria per questi ragazzi, che devono tornare in campo. E’ forse troppo duro dire che mi fanno pena, però stanno perdendo gli anni migliori della loro vita e del calcio“.

I giovani e il calcio che non praticano è un argomento enorme…
Il mio augurio è che possano ripartire il prima possibile almeno loro, magari in qualche torneo estivo. Per quanto riguarda le prime squadre, fa male a tutti stare fuori, non giudico chi andrà a giocare. Sento parlare di campionato friuli-giuliano-veneto… Quale campionato? E’ un torneo di poche partite, giocato da società che ambiscono al salto di categoria in serie D. Lo interpreto così: parlare di campionato mi sembra un po’ esagerato. Il calcio che ho sempre visto io è un altro e non è quello che stiamo vedendo adesso: fanno difficoltà a praticarlo i professionisti. Quest’anno ho visto molta serie D e tutto si può dire tranne che sia un campionato regolare“.

Sei preoccupato per i numeri che si avranno quando si potrà riprendere?
Condivido questa preoccupazione. Sono in contatto con tanti ragazzi e noto un calo dell’entusiasmo e della passione che c’erano una volta. Tutto ciò mi preoccupa: se anche la situazione si normalizzerà e tornerà la voglia di correre sui campi di calcio, resto in allerta perché ho il sentore che possiamo perdere non solo calciatori, ma anche dirigenti. La pandemia è dura da gestire“.

In effetti, tutti parlano dei ragazzi e dei tesserati, ma è giusto parlare anche delle difficoltà dei dirigenti sportivi.
Approfitto di questo spazio per fare le condoglianze alla famiglia Pretto (scomparso oggi Ezio Pretto, il padre di Giuseppe, presidente della Gemonese, ndr). Ezio era un grande dirigente, è stato il mio dirigente per 13 anni e oggi è mancato. Capite? Di che cosa stiamo parlando? Situazioni come questa fanno pensare al momento e alle conseguenze. Ripartire il prima possibile è la cosa che tutti si augurano, ma adesso non siamo ancora pronti. Speriamo di esserlo con la bella stagione e che questo virus se ne vada“.

Provando a chiudere sorridendo: non è che stai sfruttando lo stop per aggiornarti tatticamente, per poi proporci una Pro Fagagna diversa, con marcature a uomo…?
No dai… Erano tantissimi anni che non guardavo la serie A e la serie B, anche la serie D, con tanta attenzione: ero sempre più preso da quel che facevo io, che da quello che facevano gli altri. Mi manca il mio calcio dei dilettanti, i post partita, i confronti, le discussioni. Il campo non dava solo l’occasione di una gara, ma anche di scambi e intrecci di persone che si incontravano, giovani che crescevano. Non so cosa succederà: spero solo che congelino le annate, in modo da non perderle e che si faccia qualcosa per aiutare questi ragazzi, tipo l’attività delle Rappresentative. Ad esempio: tra i dilettanti, i 2001 possono aver perso uno degli anni calcisticamente più importanti della loro vita sportiva. C’è il forte rischio che si perda più di qualcuno di questi ragazzi“.

Cosa ti manca di più?
A me, così come penso a tanti miei colleghi, manca il rettangolo di gioco, il profumo dell’erba, della partita: sono elementi difficili da spiegare a chi non fa questo mestieraccio che dà emozioni. E’ un periodo difficile e non capisco come mai, pur rispettando tutte le regole, comportandoci bene, facendo tutto il possibile, siamo i peggiori d’Italia quanto a numeri di pandemia. Qualcosa non torna: in altri posti, c’è confusione, gente in giro, tutto aperto e non ci sono i numeri tristi che abbiamo da noi, dove tutto è chiuso eppure siamo i peggiori. Speravo di poter riabbracciare i miei ragazzi e riprendere l’attività, ma adesso è ancora impossibile“.

Confidiamo di rivederci il prima possibile sui campi di calcio, ai chioschi, negli spogliatoi, per rivivere il calcio vero.
Questa è una speranza vera: dobbiamo saltare fuori da questo periodo buio. Tutti hanno voglia e fame per tornare alla normalità. Speriamo nel più breve tempo possibile“.