Lo Sport in Italia vale 14 miliardi. Eppure…

di Francesco Tonizzo

Lo Sport italiano vale 14 miliardi. E’ uno dei dati emersi dal convegno “Marketing e comunicazione, con sport di base si può”, organizzato nei giorni scorsi a Roma dalla US Acli, Ente di promozione riconosciuto dal Coni nell’ambito di ‘Fare Rete’, come riferisce l’ANSA.
All’evento moderato dal capo della redazione sportiva dell’ANSA, Piercarlo Presutti, hanno partecipato Carlo Giannetto, docente di marketing dell’Università degli Studi di Messina, Damiano Lembo, presidente dell’US Acli, Giovanni Valentini, Direttore Commerciale della Federazione Italiana Giuoco Calcio, ed Enrico Varriale, vice direttore Rai Sport.

Proprio il professor Giannetto ha delineato i numeri dello Sport in Italia.
L’ultimo report dell’Istat ha individuato in circa 20 milioni le persone in Italia che praticano sport. A livello economico, in Unione Europea rappresenta il 2% del Pil, con 7,3 milioni di addetti nel mondo dell’impresa sportiva e il 3,5% dell’occupazione nel settore del terziario relativo allo sport. In Italia nello sport lavorano circa 120 mila persone e 40 mila imprese per un fatturato di 14 miliardi di euro. Oggi il marketing applicato nello sport è sicuramente una risorsa. È una teoria applicata di recente, da un lato il sistema relazionale, dall’altro il legame con il gruppo sportivo. Come il marketing può essere un volano per le piccole associazioni? Da un lato parliamo di un marketing con lo sport, dove lo sport è uno strumento di comunicazione per le aziende dello sport. Ma possiamo parlare anche di marketing attraverso lo sport, in cui gli attori che utilizzano lo sport come moltiplicatori di sport, in grado di catalizzare con lo sport altri tipi di economie. Lo sport è diventato sicuramente uno strumento multidisciplinare, può riguardare un elevato numero di soggetti economici ma anche non economici: ci sono le sponsorizzazioni, anche attraverso partnership più moderne. C’è il marketing associativo, che permette di aiutare le realtà più piccole a promuovere le proprie attività allo scopo di aumentare le quote associative, aumentando anche il numero di corsi. Margini di crescita? Sarebbero sicuramente crescenti, si potrebbe attestare sul 15-20% ma bisogna lavorare sodo. Bisogna partire dalla base della piramide, i giovani” (fonte: www.sporteconomy.it).

Leggere questi dati e intrecciarli con i ragionamenti fatti dal Governo e dal Ministero dello Sport nell’ottica della chiusura delle attività sportive di base fa pensare. Tutti ci siamo adeguati ai protocolli, ai DPCM, alle limitazioni: resta però il dubbio che tali disposizioni siano state davvero opportune. Sicuri che non si potesse gestire tutto in maniera diversa, trovando un compromesso differente tra le innegabili e le doverosamente rispettabili prerogative del Governo nel voler contenere gli effetti della pandemia in atto, le prerogative degli sportivi, soprattutto i giovani che hanno nell’attività sportiva uno dei pilastri del proprio sviluppo personale e soggettivo, e le prerogative delle 40mila imprese che generano PIL con lo Sport?

Dal convegno organizzato dall’US Acli sono uscite altre informazioni preziose.
Dal punto di vista dell’immagine – le parole di Valentini – la scommessa di Gravina di ‘internizzare’ tutta l’area commerciale e ricavi è stata una scommessa vinta sul campo, con un incoming maggiore del 50% rispetto al quadriennio precedente con 20 nuove aziende“.
Tra i connubi più riusciti della rinascita delle nazionali azzurre c’è quello che lega la Figc alla Rai: “Fin dal mondiale femminile del 2019 – ricorda Varriale – con le azzurre che fecero davvero breccia, Rai Uno chiese di trasmettere Italia-Brasile con oltre 6 milioni di spettatori e quasi il 30% di share, roba pari al Festival di Sanremo. Dal 2019 in poi non siamo mai scesi sotto il 23% di share con la nazionale di Mancini, 6,6 milioni di spettatori solo con la Bosnia“.
Letto anche questi ultimi dati, ci sovviene un altro quesito.
Se la pandemia ci ha costretti a fermare la attività sportiva e tutti ci siamo (giustamente e con senso civico) adeguati, cosa ci azzecca il successo delle iniziative commerciali citate da Giovanni Valentini e l’alto share televisivo citato da Enrico Varriale con le recenti limitazioni imposte dalla LND alle emittenti locali, le sole che potrebbero garantire un minimo di ritorno pubblicitario a quegli eroi che anche nel 2020 hanno investito nello Sport nel territorio? O forse il pur lodevole imnpegno di SportItalia nel trasmettere una partita di serie D a turno deve bastare per le esigenze di tutte le 166 squadre dell’Interregionale?