Il calcio è globale e la SuperLega potrebbe favorire i dilettanti

di Francesco Tonizzo

Genitori contro influencer, modulisti contro sistemisti, guelfi contro ghibellini, orazi e curiazi: potremmo continuare per parecchio risalendo il tempo delle dispute dialettiche e non solo, spaziando dal mondo dello sport a quello della politica, della religione…
Oggi, il dibattito è tra favorevoli e contrari alla famigerata Superlega del calcio internazionale.

Nel giro di poche ore, tutto il globo terracqueo si è scatenato: ognuno ha voluto dire la sua. Sostanzialmente tutta la classe dirigente, sia sportiva, sia politica e la stragrande maggioranza dei tifosi si sono detti contrari.
Inter, Juventus e Milan (in rigoroso ordine alfabetico) hanno annunciato il proprio ingresso nella SuperLega, assieme alle spagnole Atletico, Barcellona e Real Madrid e alle inglesi Arsenal, Chelsea, Liverpool, Manchester City, Manchester United, Tottenham. A breve, a questi 12 club “fondatori” se ne aggiungeranno altri tre: le aggiunte non riguarderanno però le tedesche Bayern Monaco e Borussia Dortmund, che hanno già annunciato ufficialmente di non aderire all’iniziativa, così come la francese Paris Saint Germain.

Si può discutere su tutto, però in ogni caso la sensazione è che la giusta e opportuna dialettica sia tra chi è favorevole al cambiamento e l’adeguamento ai tempi moderni, in una parola alla globalizzazione, e tra chi è contrario e preferisce rimanere ancorato alla situazione attuale.

La Storia insegna che il tempo ha sempre imposto la regola del progresso, rispetto a quella del mantenimento dello status quo. Chiaramente, ogni cambiamento genera anche effetti negativi soprattutto per quei soggetti che hanno vantaggi consolidati dalla situazione presente. Senza tornare indietro ai tempi di orazi e curiazi, ripensiamo alla metà degli anni Novanta, quando passammo dall’era analogica all’era digitale: “Internet sarà il declino della socialità, della produttività, del commercio su base locale…”. Adesso anche il negozio di frutta e verdura sotto casa vende attraverso una APP.

Diamo alcuni dati, per favorire ragionamenti su basi concrete.
Tranne il Milan, che paga gli scarsi risultati ad alto livello degli ultimi anni, gli altri undici club fondatori della Super Lega rientrano tutti nella Top 20 mondiale, secondo i dati relativi al 2020 e rilevati da Deloitte Football Money League. Solo in Italia, Inter, Juventus e Milan possono contare su circa 20 milioni di tifosi, un terzo della popolazione italiana.
Il colosso finanziario americano JP Morgan ha confermato che darà un contributo una tantum pari a 3,5 miliardi di euro a supporto dei piani d’investimento in infrastrutture dei club fondatori della Super Lega e per bilanciare l’impatto della pandemia Covid-19. Vieppiù, nella nota emessa dalla multinazionale finanziaria americana, si legge che “il nuovo torneo annuale fornirà una crescita economica significativamente più elevata ed un supporto al calcio europeo tramite un impegno di lungo termine a versare dei contributi di solidarietà senza tetto massimo, che cresceranno in linea con i ricavi della lega. Questi contributi di solidarietà saranno sostanzialmente più alti di quelli generati dall’attuale competizione europea e si prevede che superino i 10 miliardi di euro durante il corso del periodo iniziale di impegno dei club. Inoltre, il torneo sarà costruito su una base finanziaria sostenibile con tutti i Club Fondatori che aderiscono ad un quadro di spesa”.
In sintesi, un valore finanziario ben più elevato dei già importanti canoni di investimento e di fatturato dell’attuale gestione della UEFA.
E, difatti, Aleksander Čeferin, presidente della UEFA, dopo l’iniziale grido di battaglia lanciato verso i Dodici della Super League, nelle ultime ore ha ammorbidito la propria posizione, ben capendo che una lotta senza quartiere sarebbe decisamente deleteria.
Per non parlare della FIFA, che ha deciso di organizzare i prossimi Mondiali di calcio in Qatar: nello scegliere il paese ospitante, il Governo del calcio mondiale ha pensato più alla logistica e alla promozione dello sport o ai milioni, se non miliardi messi a disposizione dagli sceicchi?

Si, ma questo non è sport: è solo business”.
Vero, ma non del tutto.

La realtà di una Super Lega internazionale non è certo una novità. L’Eurolega del Basket, nata vent’anni fa, con dinamiche abbastanza simili a quelle che si stanno notando ora nel calcio, la Super Lega del Rugby, sono tutti eloquenti esempi di competizioni ai massimi livelli internazionali staccate dagli ambiti federali e governativi. Per non parlare della NBA, della NFL e delle grandi lege professionistiche nordamericane.
Vogliamo pensare che le imprese di LeBron James con i Los Angeles Lakers e di Tom Brady con i New England Patriots prima e i Tampa Bay Buccaneers dopo, oppure di Luigi Da Tome o Dimitris Diamantidis, o di Jackson Hastings o Johhny Wilkinson non siano imprese sportive?
Perché la Nba è la Lega più ricca, organizzata, conosciuta e tifata in tutto il mondo? Perché ha saputo anticipare il progresso, ponendosi fin dalla fine degli anni Ottanta come brand esclusivo ed élitario. E la creazione del Dream Team che dominò le Olimpiadi di Barcellona nel 1992 è stata insieme l’invenzione perfetta e lo strumento mediatico più efficace per consolidarsi in tutto il globo e non solo negli Stati Uniti.
Adesso, tutti i giovani cestisti, di tutto il mondo, sognano la NBA. Poi, magari, proseguiranno la propria carriera a livello locale, in qualche serie C regionale, però iniziano a giocare perché guardano Stephen Curry e Damian Lillard in televisione, non certo perché si appassionano andando a vedere la squadra del proprio paese impegnata nel derby contro il villaggio più vicino.

La verità è che la globalizzazione impone un passaggio epocale anche nel mondo del calcio, dove la divaricazione dei livelli di competizione tra top club e squadre minori è sempre più pronunciata. Può capitare che la Juventus perda contro un club di provincia, o che in FA Cup in Inghilterra qualche squadra delle divisioni inferiori possa arrampicarsi fino alle fasi finali, o magari che il Leicester City di Claudio Ranieri vinca la Premier League: sono tutte storie favolose.
Però, non più tardi di una settimana fa, tutto il mondo, tifosi e commentatori italiani compresi, magnificavano la qualità del gioco espresso in PSG v Bayern, decantando le gesta dei vari Neymar, Di Maria, Sané e compagnia bella, chiedendo tutti a gran voce un maggior numero di partite di quel livello. Tutti, nessuno escluso, una settimana prima hanno sottolineato la differenza di qualità del gioco espresso dalle due squadre rispetto a quella espressa in una qualsiasi partita di serie A. Possibile che, sette giorni dopo, nessuno si renda conto che la Super Lega è esattamente quel che si chiedeva una settimana prima?

Un qualsiasi abbonato ai broadcaster ufficiali del calcio pagherebbe davvero la stessa cifra per vedere Messi contro Ronaldo dieci volte in un anno e per vedere (con tutto il rispetto, sia chiaro) una sfida tra due formazioni qualsiasi di serie A impegnate nella lotta salvezza? Siamo certi di no.
Tutti coloro che, generalizzando, dicono che bisogna pensare ai tifosi, in realtà a quali tifosi pensano?
Se si riferiscono ai tifosi negli stadi, prima di parlare dovrebbero dare un’occhiata alle statistiche di riempimento degli impianti sportivi: si accorgerebbero che solo le partite tra top club e con top player in campo sono in grado di attirare le grandi folle. Se, invece, si riferiscono ai tifosi generici, magari quelli che guardano le partite in televisione, dovrebbero allora dare un’occhiata ai dati dell’audience dei vari broadcaster. Limitando l’attenzione al campionato italiano, quante persone hanno visto Inter v Juventus o Milan v Inter e quante, con tutto il rispetto per le squadre citate, Napoli – Atalanta, le formazioni che inseguono le prime in classifica? Anche il derby Roma – Lazio, al di fuori della Capitale, interessa il giusto, ma non accende la fantasia di un numero così elevato di tifosi come si potrebbe pensare. Sono dati ovvi, ma evidentemente non scontati per tanta, forse troppa gente.

Dei politici italiani che oggi pronunciano parole di fuoco contro la Super Lega, chiedendo piuttosto di salvaguardare i giovani, è meglio non parlare: siamo ancora in tempo di lock-down da Covid e, dopo più di un anno, nessuno si è ancora preso la responsabilità di pensare ai giovani italiani che hanno perso tempo e opportunità. Strombazzare anatemi contro la Super Lega appare adesso quantomeno inopportuno.

Il patrimonio sportivo e culturale delle singole competizioni rappresenta un valore aggiunto per qualsiasi torneo internazionale, vogliamo difendere il merito sportivo e la possibilità per ogni squadra di inseguire un grande sogno, insieme ai propri sostenitori. Il calcio è dei tifosi, va modernizzato, ma non snaturato. Il calcio è partecipazione e condivisione, non è un Club elitario: ribadisco il nostro no alla Superlega”, ha tuonato nelle ultime ore Gabriele Gravina, presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio.

Al netto delle prerogative di ogni appassionato di calcio e di ogni società sportiva, anche di quelle virtuose (un ottimo esempio? L’Udinese) che investono decine di milioni di euro, ingolosite soprattutto dagli introiti generati dalle televisioni e dal merchandising, forse bisognerebbe che il Governo del calcio si dedicasse di più alla promozione e alla scuola calcio, magari per costruire davvero dei giovani che siano al livello dei top player e favorire la crescita di una Nazionale che, nell’elenco degli ultimi convocati da Roberto Mancini, contava solo pochi giocatori che siano tesserati in uno dei dodici club fondatori della Super League: Luigi Donnarumma, Leonardo Bonucci e Giorgio Chiellini, Alessandro Bastoni, Emerson Palmieri, Stefano Sensi e Nicolò Barella, Federico Bernardeschi e Federico Chiesa, peraltro, non tutti titolari nelle proprie squadre di club. E, anche considerando nell’elenco i parigini Florenzi, Verratti e Kean, si conferma la realtà di una squadra simpatica, solida, capace di allungare a 24 la striscia di risultati utili consecutivi, abile a riportare entusiasmo dopo lo scempio del ciclo azzurro precedente, però quasi sicuramente non all’altezza di competere con Nazionali tipo Argentina (Messi, Dybala, Martinez, Aguero….), tipo Brasile (Allison, Neymar, Vinicius…), tipo Francia (Mbappè, Benzema…), tipo Germania (Kroos, Neuer, Gnabry, Kimmich, Goretzka…), tipo Belgio (Lukaku, Hazzard, Courtois, De Bruyne…). A meno di imprese ed eroismi che, lo riconosciamo, fanno parte della storia del calcio e rendono appassionante ogni tipo di sfida, a qualsiasi livello.

Il calcio dilettanti è il terreno nel quale si dovrebbe muovere la Federazione. Controllando, verificando, promuovendo l’attività nel giusto modo. La pandemia e il blocco dell’attività di base hanno dimostrato in maniera eloquente quanto sia importante lo sport a livello locale, piuttosto che quello ad alto livello. E occorre rendersi conto che una importante fetta di società calcistiche italiane, tra serie A e serie C, stia facendo fatica a sbarcare il lunario, soprattutto in serie C dove non ci sono flussi di denaro paragonabili a quelli dei tornei superiori, eppure i presidenti non lesinano spese, spesso folli.
Stabilire un equilibrio gestionale e finanziario in tutto il territorio nazionale in àmbito dilettantistico è un’azione necessaria e chissà che la prova di forza nella quale si sono impegnate Inter, Juventus e Milan non favorisca, paradossalmente, una presa di coscienza da parte di tutte le componenti del calcio italiano.

In tempi moderni, quindi da quando la globalizzazione ha iniziato a prendere piede, gli sportivi ricordano soprattutto i risultati come quelli del Dream Team Usa a Barcellona 1992, quando i professionisti della NBA portarono il loro appeal a surclassare i “dilettanti” del resto del mondo, le cavalcate in Champions League dei vari Milan, il triplete dell’Inter di Mourinho…
Lavorare per costruire realtà che puntano in alto, consolidando le fondamenta, è una pratica ben più opportuna che lamentarsi di non essere invitati nella cerchia elitaria di chi invece ha numeri, mezzi e strutture per meritare di esserci.

E, a proposito di chi afferma che sarebbe giusto squalificare o bandire i giocatori della Super Lega dall’attività delle Nazionali: sapete quanto tempo ci ha messo la pallacanestro a capire che non poteva farne a meno? O forse qualcuno è convinto che se non ci fosse stato il Dream Team di Magic Johnson, Larry Bird e Michael Jordan a Barcellona, adesso la pallacanestro sarebbe la stessa?